[…] En 1939, Claude Lévi-Strauss est de retour en France. Mobilisé, il fait la «drôle de guerre» derrière la ligne Maginot. Evacué vers Montpellier pendant la débâcle, il tente en vain de rejoindre son nouveau poste au lycée Henri IV à Paris. Finalement nommé à Montpellier, il est rapidement révoqué du fait des lois raciales de Vichy. Il choisit et obtient un poste à la New School for Social Research de New York, un centre d’accueil pour intellectuels européens persécutés par le nazisme et commence à enseigner, sous le nom de Claude L. Strauss, comme on le lui demande à cause de la marque de blue-jeans: «Je vécus ainsi plusieurs années aux Etats-Unis sous un patronyme mutilé. Depuis, cette malheureuse homonymie n’a cessé de me hanter. Tel un fantôme. Il ne se passe guère d’année sans que je reçoive, en général d’Afrique, une commande de jeans». […]
par Antoine de Gaudemar, “Lévi-Strauss, un déraciné chronique”, Libération
Penso che la dimensione tragica dell’uomo, ben individuata da Nietzsche, consiste nel fatto che, per vivere, l’uomo ha bisogno di costruirsi un senso, in vista della morte che è l’implosione di ogni senso. Se tenessimo ben presente questa considerazione, con cui la grecità espresse la sua sapienza, forse troveremmo la giusta misura nel nostro frenetico affaccendarci nella vita. E un po’ di ironica bontà prenderebbe il posto di tanta prepotenza e ferocia con cui gli uomini cercano l’un l’altro di superarsi quando non di sopprimersi.
Nati per caso, vissuti per una serie di coincidenze che hanno tracciato il percorso della nostra vita, moriamo per deterioramento del nostro organismo, senza neppure la nostra collaborazione. In fondo, come ci ricorda Schopenhauer, nasciamo per la continuità della specie, a cui interessa la riproduzione, e non il senso della vita degli individui che, a loro insaputa, collaborano a questo scopo.
So che questo discorso fa irritare tutti coloro che sono cresciuti all’interno di narrazioni religiose sempre prodighe di senso, anzi così prodighe da promettere agli uomini l’immortalità. Sedotti da questa promessa cristiana e poi islamica, la sapienza greca, che considerava queste promesse “cieche speranze (tuphlas elpidas)”, dovette cedere e si estinse.
Con questo non dico che le religioni, in forza di questa promessa, non abbiano dato un grosso impulso alla cultura occidentale, presentando un futuro che non implode nel nulla. E questo ottimismo ha contaminato anche la versione laica della nostra cultura, che ha sempre guardato al futuro con speranza, se non di salvezza, certo di progresso.
Di fatto, invece del progresso, che sottintende un miglioramento “qualitativo” della condizione umana, abbiamo realizzato solo uno sviluppo, particolarmente evidente, per noi occidentali, in ambito economico e tecnologico. Ma “sviluppo” vuol dire aumento “quantitativo” di un fenomeno, non incremento di senso della vita umana e in particolare di quella individuale.
Viviamo finché amore ci sostiene. E se fosse davvero qui la differenza tra l’uomo e l’animale che riesce a vivere anche senza amore? Perché se questo è vero, possiamo sentirci all’altezza della condizione umana per quel tanto che sappiamo amare. Perché amore non cerca un senso nell’al di là e neppure nel futuro. È la felicità del presente che, se siamo in grado di amare, dura per tutto il tempo in cui la vita ci è concessa.
di Umbero Galimberti, “Figli del caso”, D-La Repubblica delle Donne, n° 662, pagina 218
Se l’adolescenza è l’età in cui i gesti non sono ancora diventati stili di vita, e le azioni si esauriscono nei gesti, se i progetti si dileguano nei sogni e le passioni di un giorno si cancellano in una notte, se il corpo si fa e si disfa a secondo delle ore del giorno, e i modelli che si assumono per darsi un contegno registrano quotidianamente la nostra infedeltà, se è l’età in cui il cuore non ha ancora deciso se avere legami con l’ideale o col sesso, perché crucciarsi? L’adolescenza è questo. Una stagione della vita caratterizzata dall’incertezza, dall’ansia per il futuro, dall’irruzione delle pulsioni, dal bisogno di rassicurazione accompagnato dal rifiuto di essere rassicurati, dal desiderio sfrenato di libertà intesa non come stile di vita, ma come revocabilità di tutte le scelte. E siccome è una stagione che non si può evitare, basta vivere con tranquillità tutte queste contraddizioni, che nell’adolescenza si danno convegno per assaggiare tutte le possibili espressioni in cui in seguito, ma solo in seguito, può cadenzarsi la vita.
— Umbero Galimberti, “Adolescenza e amore”, D-La Repubblica delle Donne, n° 659, pagina 162
Conosciamo tutti i riti di passaggio che caratterizzano l’adolescenza che dall’infanzia porta alla giovinezza, molto meno quei riti che dovrebbero accompagnare il passaggio dall’età adulta alla vecchiaia, che sarebbe opportuno prendessero avvio dopo i sessant’anni, quando incomincia l’autunno della vita. A caratterizzare quest’età non è la tristezza, ma una noia sottile perché, per quante novità succedano, scopri che ognuna di esse non è che una nuova formulazione di qualcosa di già visto. E questa noia disaffeziona dal tempo a venire e ti rende più familiare e quasi amica la fine.
Hai imparato che la saggezza, che di solito si attribuisce a chi ha una certa età, altro non è che la somma delle esperienze che hai fatto e che non puoi trasmettere, perché l’esperienza degli altri non serve a nessuno, tanto meno ai giovani che devono fare la propria. A questa età allora capisci che chi ti sta intorno non è lì per chiederti consigli o insegnamenti, ma ascolto. Un ascolto curioso e attento soprattutto verso quel mondo tumultuoso e spesso incomprensibile che sprigiona la giovinezza.
Dal mondo esterno ti ritiri in quello interiore. Meno vacanze, meno viaggi, meno spettacoli del mondo, che ti offre sempre meno novità perché sta diventando in ogni suo dove sempre più uniforme. E allora prendi a percorrere tutti i sentieri frequentati della tua anima, e scopri che il mondo altro non è mai stato che la tua visione, la tua interpretazione del mondo. In fondo dal tuo io non sei mai uscito. E sessant’anni sono un’ottima occasione per uscire da sé e, con l’ascolto, scoprire i mondi degli altri di cui mai ti eri davvero incuriosito. Le tue abitudini ti rassicurano e insieme ti incatenano. I tuoi gesti creatvi ti appaiono per quel che sono: riprese di antiche e trascorse suggestioni. Solo l’amore ti rianima, non perché scopri una “giovinezza interiore”, che esiste solo nei complimenti di chi ti vuol comunicare che ormai sei vecchio, ma perché lo vedi scaturire non più dalle fattezze del tuo corpo, ma proprio dalla tua età che, non avendo più scopi, può capire finalmente cos’è l’amore fine a se stesso.
Forse l’amore, che è poi l’unica cosa che giustifica un’esistenza, ha bisogno di quegli anni in più che la lunga durata della vita oggi ci concede, per vedere che quello che sei è al di là di quello che hai fatto, al di là di quello che hai tentato di apparire, al di là di quei contatti d’amore che la giovinezza brucia, senza conoscere.
di Umberto Galimberti, 65 anni, filosofo e autore di saggi
Pastore, Bajani, Marazzi, De Cataldo, Galimberti, Cantarella “Indovina quanti hanni ho” di Veronica Salaroli. Da L’Espresso N.43, anno LIII, 1 novembre 2007, p. 242-248