(via newyorker)
I giornalisti italiani non sono in grado di parlare di Giappone. Il Giappone è un arcipalego grande, composto da quasi 7000 isole, abitato da 127 milioni di persone. Il fatto che una generazione sia cresciuta a cartoni giapponesi, che da piccoli abbiamo scoperto il sumo, che a Cologno Monzese abbiano girato Kiss Me Licia non è sufficiente a chiudere il fascicolo Giappone e credersi edotti sull’argomento. […] La cosa peggiore è quando questa reiterazione di una manciata di temi stupidi e marginali è sufficiente per esprimere giudizi profondi sulle persone. E si arriva al titolo di oggi del Corriere «Quella calma “disumana” del popolo dei manga forgiato dalla tradizione» che si permette di giudicare il dolore con disumanità, scavalcando un articolo di Alessandro Gerevini che, pur senza sostenere quello che il titolista butta là tra virgolette, non riesce a non usare tutti i luoghi comuni sul popolo giapponese. Questa idea per cui i giapponesi sono veramente tutt’uno, un blocco umano indistinto e omogeneo, di cui si può avere un’impressione generale che ricade poi su ogni componente. E questa impressione è, ovviamente, quella di un blocco indistinto e disumanizzato, come sono quelli di cui non sei capace di vedere l’umanità. […] Nelle redazioni c’è solo la banale ripetizione di storie di manga e sumo, di sushi e disciplina. E le ricadute di oggi mi fanno pensare che non ci sia niente da fare, se non aspettare che andiate in pensione tutti, capre senza umiltà. Perché se non vi fermano nemmeno migliaia di morti, nemmeno queste foto, io veramente non so cosa vi possa fermare.
Matteo Bordone, “Una questione di umanità”, Freddy Nietzsche
(via newyorker)
Italo Toni e Graziella De Palo
2 Settembre 1980 - 2 Settembre 2010
Come sempre succede in Italia, una verità negata da 30 anni.
Chris Anderson will generate plenty of chatter with his “The Web is Dead” Wired cover, foretold here previously. Fair enough; that’s what a smart magazine editor does. But all the more reason to note the rich ironies in his eulogy.
Anderson, as predicted, argues in his cover story that “the World Wide Web is in decline” amid the rise of apps for the iPhone and iPad, for TV platforms like the Xbox, and computer services that exist outside the browser like Skype. Those alternative ecosystems constitute “the world that consumers are increasingly choosing, not because they’re rejecting the idea of the Web but because these dedicated platforms often just work better or fit better into their lives… The fact that it’s easier for companies to make money on these platforms only cements the trend.”
Where did this argument first appear? Funny you should ask!
Irony 1: Wired released its cover story package first to the Web, on Wired.com. You won’t find it in Wired’s iPad edition, and it’s not out in print yet. The death of the web might be the “inevitable course of capitalism,” but it apparently pays better to deliver that news via a dying medium.To his credit, Anderson also runs a feature in which publishers Tim O’Reilly and John Battelle get the opportunity to basically tell the editor he’s nuts. (Battelle: “Splashing “The Death of the Web” on the cover might be, well, overstating the case just a wee bit.”) In the online package, Wired.com editor Evan Hansen does likewise (“the web is far too powerful to be replaced by an alternative that gives away so much of what developers and readers have come to love and expect”).
Irony 2: Revenue is up at Wired’s profitable website this year, despite a fairly severe reduction in staff last year. Yet Anderson, who has no control over Wired.com, writes that most Web publishers haven’t been able to “reverse the hollowing-out trend of analog dollars turning into digital pennies… and by the looks of it there’s no light at the end of that tunnel .” That tunnel being the one Wired, itself, is not in, apparently.
Irony 3: At the same time, circulation — and thus revenue, almost surely — are down for Wired’s iPad edition, which was approaching (and possibly even surpassing) 100,000 copies for the debut issue but has since fallen off — to less than a fourth of what it was, one source claims. However large or small the decline, it could certainly be corrected; dropping off from a big bang launch is common enough in print and online media alike.
But Wired’s iPad tumble does raise the possibility that Anderson is speaking as much from his hopes as from his analysis when he writes, “We are choosing a new form of Quality of Service: custom applications that just work.” The iPad team belongs to Anderson, after all (unlike, again, the web team).
Irony 4: Isn’t this the guy who wrote a book called Free and noted, “You know this freaky land of free as the Web. A decade and a half into the great online experiment, the last debates over free versus pay online are ending?” Eh, maybe not so much; Anderson today writes, “Much as we love freedom and choice, we also love things that just work, reliably and seamlessly. And if we have to pay for what we love, well, that increasingly seems OK.”
Like any provocative editor, in other words, Anderson has people talking. (See also this take from Rob Beschizza at BoingBoing and from blogging pioneer Dave Winer; TechMeme has more reaction.) Now we get to sit back and watch as the author/consultant/editor tries to explain why nearly the entire conversation about the Death of the Web is happening on the Seemingly Quite Alive Web. That should be, at the very least, entertaining.
By Ryan Tale, “Wired Says ‘The Web is Dead’ — On Its Increasingly Profitable Website, Gawker
La sinistra è snob - Chicco snob caduto da cavallo
La sinistra è snob. Questo si sa. Negli ultimi quindici anni ce lo siamo sentiti dire un po’ da tutti. Da quelli che rombano sui suv, dagli intellettuali che apprezzano i cinepanettoni dove si dice spesso «aò, buzzicona!», dai possessori di ville principesche, dai produttori del velinismo nazionale e da utilizzatori finali vari. La sinistra è snob, non c’è niente da fare. Quindi, mi sono detto ieri leggendo il Corriere, sai che novità se me lo dice anche Chicco Testa, presidente dell’Enel, ex ecologista, oggi gran sostenitore del nucleare. Chicco Testa, come no. L’ho visto recentemente scalmanarsi scomposto in un dibattito in tivù e questo me lo conferma italianissimo e contemporaneo. Ma torniamo a noi snob. Chicco Testa attacca Carlin Petrini - mi sfugge in realtà per quale motivo, ma credo sarà lo snobismo di Carlin Petrini, ovvio - e ribadisce il concetto: «La sinistra è scivolata su posizioni elitarie, aristocratiche, assolutamente snob». E dàgli. Chicco Testa pronuncia questa feconda verità sulla sinistra snob mentre se ne sta a cavallo, in Maremma, una delle cose meno snob che si siano mai viste (milioni di metalmeccanici di sinistra attraversano la Maremma a cavallo, è noto, forse per cercare Chicco Testa e catturarlo al lazo).
La cronaca e l’intervista sono impietose per il povero Chicco. «Si sente il cavallo nitrire», scrive il Corriere. E lui, Chicco Testa, il «picconatore della sinistra snob», chiede che non si facciano ironie sul suo cavalcare maremmano: «È solo un vecchio ronzino». Un purosangue sarebbe stato snob, ma un ronzino… E poi giù con altre riflessioni e contumelie e argomentazioni, che ha pure vergato (si spera scendendo da cavallo) su Il Riformista (me’ cojoni, direbbe uno snob) citando pure Marx, per non farsi mancare niente.
Sono passate 24 ore e ancora sto ridendo. Chissà se Chicco è riuscito a cavalcare fino a casa, se il ronzino è stato all’altezza, se ha riflettuto ancora sulla sinistra elitaria, se giunto alla stalla ha sorseggiato un Martini nel tramonto di Capalbio, magari mentre un cameriere snob glielo serviva. Ghiacciato.
di Alessandro Robecchi, “Chicco snob caduto da cavallo”, Il manifesto
Faccio fatica a condividere le perplessità di chi, come Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera, ha criticato la scelta del settimanale Time di mettere in copertina, la scorsa settimana, la foto di Aisha. Aisha è una ragazza afghana di diciotto anni alla quale, un anno fa, il marito ha tagliato con un coltello il naso e le orecchie, mentre suo fratello le teneva ferma la testa a terra. Ubbidivano al comandante talebano del loro paese, che aveva deciso di punirla così perché era scappata. […] sabella Bossi Fedrigotti, scrittrice e giornalista sensibile, ha scritto sul Corriere che la scelta del direttore di Time sarebbe stata ipocrita: la volontà non di denunciare una condizione – quella delle donne afghane sotto i talebani – ma di fare una copertina sensazionale, con un significato politico inequivocabile, dal momento che l’articolo di Time s’intitola: «Che cosa succede se andiamo via dall’Afghanistan». Il sospetto è lecito ma non mi piace. Non voglio pensare – mai – che qualcuno sia mosso da un sentimento diverso da quello che esprime, e non perché io sia un’anima candida, ma perché penso che in Italia siamo schiavi delle dietrologie, che siano il nostro vizio. Un vizio che spesso ci inchioda e tiene immobili, mentre il resto del mondo va avanti, o almeno si muove. […] Naturalmente Stengel rivendica il significato della sua decisione: in America si guarda con preoccupazione al fatto che il presidente afghano Hamid Karzai stia premendo per aprire un dialogo coi talebani, con l’intenzione – secondo lui – di pacificare il Paese. È possibile dialogare con chi decide di mozzare il naso e le orecchie a una ragazza per dimostrare a tutte le donne che cosa succede se ci si ribella alla famiglia del marito? Tutto è possibile, la situazione in Afghanistan è davvero complessa, ma la sensazione di molti osservatori internazionali e locali è che cercare di proteggere in ogni modo le donne afghane dalle leggi talebane sia la strada giusta per estendere i diritti umanitari e civili a tutti, donne e uomini. È così in tutto il mondo: peggiore è la condizione femminile di un Paese, minore è il suo stato di salute, di libertà, e di civiltà.
Daria Bignardi, “Il volto sfigurato di Aisha e la decisione (coraggiosa) di Time”, Barbablog
Sarkozy en voie de Berlusconisation?
En attendant le godillot. Le feuilleton de la succession de Patrick de Carolis à la tête de France Télévisions a des airs beckettiens: tout le monde l’attend, nourri d’une absurde espérance.
Avec cette “élection” de type monarchique, accompagnée de consignes secrètes pour le choix des collaborateurs, Sarkozy radicalise sa conception du pouvoir, faite d’un mélange de népotisme, d’oligarchie et de technocratie. Il n’y a que lui, pris dans son propre aveuglement, dans la déconnexion avec tout principe de réalité, pour croire à la légitimité de son intervention.
En contradiction avec les règles minimales de l’esprit démocratique, il fonde son geste sur la base de sa seule puissance. Cela s’appelle un abus d’autorité: à part Berlusconi en Italie, aucun homme d’Etat ne s’autorise en Europe ce genre de pratique dans le champ audiovisuel.
La tension actuelle au sein des médias ne fait qu’accentuer cet effet de puissance élyséenne. Le dossier de la recapitalisation du Monde en fournit une illustration: la révélation de la pression explicite de Sarkozy sur le directeur du journal, Eric Fottorino, (un coup de téléphone, un rendez-vous à l’Elysée, confirmés par l’AFP) atteste la volonté de contrôle du président sur des médias dont il redoute l’indépendance.
Mettre son nez dans l’organisation capitalistique d’un journal indépendant, nommer le patron de l’audiovisuel public…: les médias libres auraient-ils mangé leur pain blanc en France? La “berlusconisation” du champ médiatique avance à grand pas. La coupe du Monde, comme de France Télévisions, est décidément pleine.
par Jean-Marie Durand, “Sarkozy en voie de Berlusconisation?”, LesInrocks
Italy is a joke. Italian press is a joke.
Last April, in a Talk of the Town piece, I broke the story of a literary hoax perpetrated by an Italian freelancer, Tommaso Debenedetti, who, it transpired, had published interviews invented from whole cloth with Philip Roth and John Grisham. Further research led me to a purported interview with Gore Vidal, and to an online archive of some sixty additional conversations, all signed by Debenedetti, and published by a provincial newspaper. His subjects included dozens of world-famous authors and Nobel laureates in literature—all of whom, when I reached them or their representatives, denied any memory or knowledge of Debenedetti. […] One of the hoaxer’s victims, Paul Auster, was recently in Italy, where he learned that Debenedetti has finally confessed to his impostures, albeit with a defiant pride. Auster contacted Roth, who alerted me. The confession was published in the Spanish newspaper El Pais. “My idea,” Debenedetti told Miguel Mora, “was to be a serious and honorable cultural journalist,” but, as a freelancer, he couldn’t get his work published, so he turned to fiction. He claimed that the editors of the provincial newspapers that accepted his fake interviews without any documentation had to know that they were invented, but didn’t care. “Italy is a joke,” he said. “Information in this country is based on falsehoods.” […] Debenedetti knew, he said, that the major Italian newspapers of record, Corriere della Sera and La Repubblica, fact-checked their reportage, so he never approached them, but observed that the conservative press had an “inferiority complex,” and was likelier to accept his work, especially if he gave a right-wing slant to the “interviews,” however improbable, so he did so.
by Judith Thurman, “Debenedetti Confesses!”, The New Yorker
Come ogni anno di questi tempi arriva la classifica di Freedom House, l’organizzazione americana che monitora dal 1980 la libertà di stampa a livello mondiale, a ricordarci l’eccessiva concentrazione della proprietà dei media e il perdurare dell’ingerenza governativa sui canali televisivi nazionali. Per quanto possa valere, sui 196 paesi monitorati l’Italia sta al 79° posto, classificato come “parzialmente libero”. Insieme a noi la Turchia, Bulgaria, Romania, Montenegro e il Benin. Sopra di noi Corea del Sud e il Ghana. Però il presidente della Rai Diego Masi aveva ragione quando diceva “non siamo mica lo Zimbabwe”. Quello sta al 186° posto.
Emmebi, “Il Paese delle Libertà (parziali)” (via cidindon)
Oggi Libero a pagina 4 attacca Repubblica, a pagina 10 attacca il Fatto, a pagina 14 attacca l’Unità, a pagina 16 attacca Wired.
Luca Sofri, “Stampa specializzata”, Wittgenstein
Così funziona la stampa italiana / Una prima pagina anche per noi
Anche per noi lombardi. Perché è giusto che tutti i giornali aprano, oggi, su Frisullo e sull’indagine pugliese (seguiremo il lavoro dei magistrati, nelle prossime settimane, per verificare se queste accuse abbiano un fondamento). Vendola aveva chiesto che si facesse da parte alla prima avvisaglia, ben prima che Frisullo ricevesse anche soltanto un avviso di garanzia. Chiede pulizia, Vendola, e dice di fidarsi della magistratura. Ora, passiamo in Lombardia. Prosperini - assessore che ha ‘rischiato’ di diventare, nel 2008, vicepresidente della giunta - ha patteggiato, ammettendo la propria colpevolezza nei confronti delle accuse che gli venivano portate (truffa e turbativa d’asta). Un secondo filone delle indagini ha messo in evidenza i suoi rapporti con un regime dittatoriale, un traffico di “barchete” e forse di armi e un bel po’ di tangenti pagate direttamente al Pirellone, secondo l’accusa. Perché, quando si seppe delle indagini che interessavano Prosperini e il suo entourage (più di un anno fa), Formigoni non fece come Vendola? Perché il purissimo Formigoni ha atteso i giorni successivi all’arresto di Prosperini per ritirargli le deleghe? Perché i giornali ne parlano solo nelle pagine locali, localissime, come se fosse un fatto personale di Prosperini. Perché la politica lombarda ha abbandonato il suo assessore più popolare e più votato nella città di Milano? Perché Formigoni non ha ritenuto di dover condannare il comportamento del suo collega e ‘delegato’ e di tutelare l’istituzione che rappresenta a nome dei cittadini lombardi rispetto a capi di imputazione così gravi? Perché non ha più detto nulla, dopo averlo paragonato a Alberto Stasi (!) e essersi detto sicuro della sua innocenza, accusando i magistrati di sbagliare spesso? Perché, dal momento che era lui a sbagliarsi, non chiede scusa? Perché si rimprovera Vendola all’insegna del più classico dei “non poteva non sapere” e a Formigoni non si chiede come mai, un suo assessore, girava per il mondo con intenti che, se fossero confermati, sarebbero da considerare spregevoli? Perché la politica estera, vero fiore all’occhiello di Formigoni (sì, ciao) non è più citata dal presidente? Perché la bambina di Haiti con la quale Formigoni (anche oggi, sui giornali, come salvatore dell’umanità) si è fatto fotografare un milione di volte dovrebbe essere diversa da una bambina eritrea? Perché in Lombardia le vicende giudiziarie (arresti su arresti di personale politico o vicino alla politica e a un certo movimento culturale, religioso e - soprattutto - politico) sono casi isolati, mentre quello pugliese, si legge, era un sistema? Perché, insomma, non ci meritiamo un bel titolo anche noi? Che siamo, noi lombardi, i “figli della serva”?
di Giuseppe Civati, “Una prima pagina anche per noi”, Ciwati
PIIGS: Portugal, Irland, Italy, Greece, Spain
La cote de l’humour anglo-saxon est en chute libre à Lisbonne. Les Portugais n’apprécient pas du tout, mais alors pas du tout, d’être traités de «cochons» par la presse anglo-saxonne et par les analystes de marché.
Toujours à la recherche d’un bon mot, les journaux britanniques ont en effet baptisé les pays de la zone euro les plus touchés par la crise économique et financière, les “PIGS “devenus depuis les “PIIGS”. Il s’agit de l’acronyme de «Portugal, Irland, Italy, Greece, Spain». Pigs, pour cochons, évidemment. Pas subtil du tout et surtout très insultant, bien plus que l’ancien «Club Med» inventé par les Néerlandais et les Allemands lors de la négociation du Pacte de stabilité et de croissance, entre 1995 et 1997.
Je reviens tout juste de Lisbonne, où j’ai rencontré José Socrates, le premier ministre portugais (l’entretien paraitra demain dans Libération et demain soir, en version longue, sur mon blog), et plusieurs de mes confrères portugais. Tous m’ont dit à quel point cette trouvaille les avait blessés. Après l’affaire de Madeleine McCaan, la petite fille anglaise qui a disparu au Portugal, voilà qui ne va réchauffer l’atmosphère entre les très vieux alliés de “l’axe du Porto”, comme me l’a dit l’une de mes consoeurs: «il y a des limites, surtout lorsqu’on regarde l’état de l’économie britannique».
par Jean Quatremer, “Un cochon obstrue la route du Porto, Coulisses de Bruxelles, UE
Panebianco e la sinistra ascetica
Sul Corriere, Panebianco spiega cosa dovrebbe fare Bersani in questo frangente.
Panebianco mi ricorda quelli che, dopo trent’anni di Repubblica, continuavano a esigere dal PCI, poi dal PDS, poi dai DS delle prove di adesione alla democrazia, non si sa se per malafede o per ottusità. La nuova versione di questa solfa è la seguente: Bersani dovrebbe dimostrare la sua capacità di leadership riformista non tanto costruendo nel tempo un’idea complessiva di governo del Paese in grado di attrarre tutti gli elettori del centrosinistra, costringendo anche l’Idv a venire a patti e a subordinare i propri temi a quelli della forza trainante, ma piuttosto minacciando preventivamente col vocione “o con me o con loro”, col bel risultato di segare il ramo su cui è seduto. In pratica l’atteggiamento autolesionistico che Panebianco stigmatizza giustamente nel pasdaran Cicchitto all’inizio del pezzo, pretende che lo assuma Bersani contro i suoi alleati. Alla voce della buona borghesia non basta mai che la sinistra sia normale, pretende che sia santa. In sostanza: che rinunci.
di b.georg, “panebianco e la sinistra ascetica”, Falsoidillio
L’altra fregnaccia che il direttore del Tg1 ha affermato è la statistica secondo la quale “il 68% delle querele ai giornali viene da politici di sinistra”. Il valore scientifico della conta è perfettamente estrinsecato dalla fonte: il giornale Libero. Ma non è questo il punto: non è mica scandaloso che un politico quereli un giornale che lo accusa falsamente di aver fatto qualcosa. Questa è invece la normalità: quando il Giornale e Libero hanno pubblicato bugie e sono stati condannati a smentirle pubblicamente, non c’era nessuna levata di scudi per difendere la libertà di dire fregnacce. Giusto così. L’anormalità risiede invece nel fatto che il premier non abbia contestato con una querela la falsità delle affermazione stampate su Repubblica e su l’Unità: anche perché non poteva farlo, visto che si trattava di affermazioni altrui riportate sui due giornali. Vigliaccamente, invece, il suo avvocato ha promosso un risarcimento danni in sede civile per quanto scritto, “saltando” a pié pari il tribunale penale, dove il giudice si sarebbe potuto esprimere nel merito di quanto scritto: avrebbe potuto, insomma, dire che quello che avevano scritto era vero, oppure falso, per poi decidere se c’era stato danno per la reputazione del premier. Siccome Ghedini sapeva che il tribunale gli avrebbe dato torto, si è mosso soltanto in sede civile. Più che un attacco alla libertà di stampa, una mossa da navigato rubagalline.
Alessandro D’Amato (Gregorj), “Vergognamoci per lui”, Giornalettismo (via dottorcarlo)
Per tutte queste ricostruzioni fantasiose, Minzolini dovrebbe dimettersi da direttore del tg1. E’ troppo grave quello che ha fatto per rimanere senza pena. Ma state sicuri che non lo farà mai, visto che manca di una di quelle caratteristiche che, da sempre, spingono gli uomini a migliorare: la vergogna.